Nonostante le analisi statistiche pubblicate dall’Istat e da altri istituti di indagini vedano un futuro positivo per il mercato agricolo, molto spesso da questa realtà raffigurata dai sondaggi e dai numeri si discosta una quotidianità e una serie di prospettive non rassicuranti per il settore nel suo insieme e non soddisfacenti per i singoli produttori agricoli, dai più piccoli alle grandi cooperative.

Se guardiamo agli ultimi dati del 2015, anno di riferimento perché caratterizzato dal fenomeno Expo che ha fatto realizzare 36 miliardi di fatturato, vediamo che il terzo trimestre dell’anno ha registrato un +3,7% di crescita. Positivi sono anche i dati sulle nuove aziende, start-up per lo più nate nel settore, e quelli sull’export.

I problemi però non mancano e sono rintracciabili nella difficoltà dei piccoli a ricavare redditi adeguati. L’Italia, infatti, come altri paesi europei, soffre nel trovare la quadra tra il sostenere una produzione sempre più di qualità e una domanda di prezzi troppo bassi. Di miglioramenti ne sono stati fatti, ma ancora riferendoci al 2015 vediamo che c’è stato un incremento dell’8,7% delle entrate degli agricoltori  a fronte del calo medio del 4,3% ( -37% in  Germania).

Vanno bene le colture tipiche del Made in Italy come il grano duro ( produzione su fino a 4,3 milioni di tonnellate), il pomodoro ( +5,3%) e olio d’oliva ( +46%) che veniva dall’orribile 2014.

Ma al di là delle cifre quello che sembra essere il trend in grado di trainare l’agroalimentare italiano è il biologico. Se per un attimo ci dimentichiamo dei numeri, vediamo che l’agricoltura biologica attrae moltissime imprese interessate a dedicare ampi terreni per mettere sul mercato prodotti ad un più alto valore aggiunto rispetto alla media e posizionarsi su alcune nicchie di mercato più redditizie rispetto alle colture tradizionali dove è ad ogni modo evidente che le grandi cooperative stanno schiacciando i piccoli produttori, incapaci di poter ammortare i costi sulla quantità e spesso costretti ad alzare bandiera bianca.

Questa tendenza del mercato sembra irreversibile. C’è in sostanza un processo che porta le aziende più grandi non solo ad aggredire il mercato tradizionale, ma anche a differenziare la produzione dedicando ampi spazi al biologico sfruttando l’erosione del numero di piccole aziende schiacciate dalla crisi economica. Insomma, nonostante le colture biologiche, seppur portatrici di effetti benefici per l’ambiente e per la salute dei consumatori, occupino maggiori spazi ed abbiano una produttività per singola unità di terreno molto più bassa, stanno diventando un’opportunità importante e gli operatori nel settore della chimica agricola stanno anche loro differenziando l’offerta concentrandosi di più sul nuovo orizzonte, molto meno a lungo termine di quello che ci si aspetta.

Quirino Valentini